Andrea Tuzio Intervista Elena Mari, dermatologa e membro del Consiglio Direttivo AIDA.
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In questa intervista, la Dott.ssa Elena Mari racconta una visione della medicina estetica fondata su competenza, prevenzione e responsabilità.
Dalla sicurezza dei trattamenti alla corretta informazione del paziente, dal ruolo della formazione alla distinzione tra le diverse figure professionali, emerge un approccio che supera la logica del “ritocco” per abbracciare un’idea di benessere globale.
Una riflessione lucida e attuale su una disciplina in continua evoluzione, dove la qualità delle cure, la coerenza professionale e lo stile di vita diventano parte integrante del percorso di salute.
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Sabato 20 dicembre 2025, incontriamo la Dott.ssa Elena Mari durante una breve pausa pranzo, uno di quei momenti rubati a giornate fitte di impegni professionali e personali.
La sua agenda è sempre piena, specchio di una vita intensa e dinamica, vissuta con grande energia, curiosità e voglia di fare.
La Dott.ssa Mari riesce a ritagliarsi del tempo per concederci l’intervista, confermando ancora una volta quella disponibilità e quella passione che caratterizzano il suo approccio alla professione. Ne nasce una conversazione ricca e approfondita, che ci permette di esplorare il presente e il futuro della dermatologia e della medicina estetica, tra competenza clinica, prevenzione e responsabilità verso il paziente.
Andrea Tuzio (AT): Dott.ssa Mari, può raccontarci il suo percorso professionale e il ruolo che ricopre in AIDA?
Elena Mari (EM): Nasco come dermatologa e, nel corso del mio percorso di studi, ho approfondito in modo specifico l’ambito della tricologia, conseguendo un titolo di ricerca presso l’Università La Sapienza di Roma. Successivamente ho completato un Master in Tricologia e mi sono perfezionata presso la Scuola del Fatebenefratelli di Roma, conseguendo il Diploma in Medicina Estetica presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica.
Oltre all’attività clinica, collaboro attivamente con l’Associazione Italiana Dermatologi Ambulatoriali (AIDA), di cui faccio parte del Consiglio Direttivo. L’Associazione svolge un ruolo fondamentale di supporto per i dermatologi ambulatoriali su scala nazionale, sia dal punto di vista scientifico e formativo, sia sotto il profilo organizzativo e gestionale.
Il dermatologo ambulatoriale oggi non è più soltanto un clinico, ma anche, in molti casi, un imprenditore sanitario. AIDA organizza congressi nazionali e regionali, webinar e momenti di aggiornamento continuo. Fornisce anche supporto pratico su temi fondamentali come privacy, assicurazioni, responsabilità professionale, organizzazione del proprio studio professionale.
La nostra attività si estende quindi a tutto ciò che potremmo definire “extra-clinico”, ma che in realtà è ormai parte integrante dell’esercizio professionale.
AT: Se dovesse definire oggi la medicina estetica, come la descriverebbe?
EM: La definizione più diffusa parla di una branca della medicina finalizzata a migliorare l’aspetto estetico del paziente e a correggere o attenuare alcuni inestetismi, con un impatto positivo sulla qualità di vita psicofisica.
Personalmente ritengo però che oggi la medicina estetica sia molto di più. È una presa in carico globale del paziente. Il nostro compito, come medici, è anche quello di educare a uno stile di vita sano: alimentazione corretta, attività fisica, integrazione nutraceutica, prevenzione. Non si tratta solo di “curare”, ma di aiutare le persone a invecchiare meglio.
AT: Negli ultimi anni stiamo assistendo a un profondo cambiamento nell’approccio alla medicina estetica. Anche il concetto di bellezza esteriore si sta evolvendo all’interno della nostra società. Quali sono, a suo avviso, i rischi legati a questa crescente attenzione verso i cosiddetti “ritocchi estetici”?
EM: Ritengo che l’errore principale sia proprio l’uso del termine “ritocco”, perché finisce per sminuire l’importanza del trattamento. In realtà, nessun trattamento estetico è banale: si tratta sempre di un atto medico che richiede solide competenze anatomiche, internistiche e cliniche.
Ogni procedura può presentare controindicazioni e non tutti i pazienti sono candidabili agli stessi trattamenti. Negli ultimi mesi, non parliamo di anni, ma di dati molto recenti, sono emerse pubblicazioni scientifiche internazionali che evidenziano, ad esempio, la possibile comparsa di effetti collaterali tardivi in pazienti oncologici sottoposti a filler con acido ialuronico.
Questi sono solo i primi segnali di un’evidenza scientifica in evoluzione, che rafforza un concetto fondamentale: parlare di “ritocco” significa trattare con superficialità la complessità e la responsabilità di un trattamento che, a tutti gli effetti, è un atto medico.
AT: Molti trattamenti estetici, per loro natura, hanno un effetto limitato nel tempo. Alla luce di questo, come si può conciliare la temporaneità dell’intervento con una visione della medicina estetica intesa non come singolo atto, ma come percorso di benessere psicofisico più ampio e duraturo?
EM: Ritengo che il trattamento debba sempre essere inserito all’interno di un approccio a 360 gradi. Il singolo intervento, come una seduta di tossina botulinica, rischia di risultare riduttivo se considerato isolatamente: è un po’ come mangiare in modo corretto un giorno e trascurarsi tutto l’anno.
Un trattamento può avere pieno significato solo se inserito in un quadro più ampio, che comprenda una corretta dermocosmesi, un’alimentazione equilibrata e un’adeguata integrazione nutraceutica. Anche la correzione di una singola ruga può essere utile, ma soltanto se parte di un percorso strutturato e complessivo di cura e benessere.
AT: Non c’è, a suo avviso, il rischio che si cerchi di ottenere soltanto un risultato immediato, quasi privo di impegno, senza affrontare un reale percorso di cura e consapevolezza?
EM: Al contrario, questo approccio richiede uno sforzo maggiore. Significa acquisire consapevolezza e costanza: prendersi cura della pelle ogni giorno, seguire un’alimentazione corretta, adottare abitudini sane nel tempo. Solo all’interno di questo percorso possono trovare spazio anche trattamenti come la tossina botulinica, i filler, la biostimolazione o specifiche terapie laser.
Intervenire su una macchia con il laser e poi trascurare la protezione solare, ad esempio, non ha alcun senso. Il trattamento funziona davvero solo se inserito in una visione complessiva e coerente del benessere.
AT: Questo dovrebbe essere l’approccio condiviso da tutti i medici, insieme a un costante lavoro di sensibilizzazione dei pazienti. Proprio in questa prospettiva, quali sono i principali rischi, dal punto di vista della sicurezza, per chi si sottopone a trattamenti estetici?
EM: I rischi possono essere numerosi quando i trattamenti non vengono eseguiti con la necessaria appropriatezza. Il punto centrale è proprio questo: individuare il trattamento giusto per il paziente giusto.
Un esempio è la laserterapia in soggetti con fototipo scuro, che richiede valutazioni e modulazioni molto attente, o in alcuni casi l’opportunità stessa di eseguire il trattamento. È quindi fondamentale partire sempre da una corretta anamnesi personale e familiare, accompagnata da un esame obiettivo accurato.
Nel caso delle lesioni pigmentate, ad esempio, distinguere una semplice macchia da un nevo è possibile solo attraverso una valutazione specialistica con videodermatoscopia. Solo così si può stabilire se una lesione è effettivamente trattabile con il laser, evitando rischi gravi: intervenire su una lesione sospetta, come un possibile melanoma, cambierebbe radicalmente il quadro clinico.
AT: Come stiamo comprendendo, si tratta di una materia estremamente complessa, come del resto tutti gli ambiti legati alla salute, e che non può essere affrontata con superficialità. Oggi, inoltre, sono numerosi gli attori, medici e non, che operano nel campo dei trattamenti estetici. In questo contesto, può aiutarci a chiarire, innanzitutto, quali sono le differenze tra il ruolo del dermatologo e quello del chirurgo plastico?
EM: Il chirurgo plastico è lo specialista che, come suggerisce il termine stesso, opera prevalentemente in ambito chirurgico. Oltre a eseguire alcuni trattamenti medico-estetici comuni, come tossina botulinica, filler o biostimolazione, il suo campo d’azione principale resta quello chirurgico.
È quindi il riferimento quando è necessario un approccio invasivo: interventi come mastoplastica, liposuzione o rinoplastica rientrano chiaramente nella sua competenza. In questi casi non parlerei di sovrapposizione di ruoli, ma di ambiti distinti, ciascuno con le proprie responsabilità.
Il punto centrale è comprendere il bisogno reale del paziente e indirizzarlo verso lo specialista più appropriato. Se è necessario un intervento chirurgico, il riferimento corretto è il chirurgo plastico; se invece si tratta di trattare macchie cutanee, effettuare peeling o terapie laser di base, il dermatologo è la figura più indicata.
Anche nelle situazioni apparentemente semplici, come l’asportazione di lesioni benigne in aree esteticamente sensibili, ad esempio la regione perioculare, la scelta dello specialista diventa fondamentale. In una paziente giovane, affidare il trattamento a un chirurgo plastico può garantire un risultato migliore dal punto di vista cicatriziale, a tutela sia della salute che dell’estetica.
AT: Negli ultimi anni, e in particolare a partire dal 2023 con le modifiche introdotte alla Legge 409 del 1985, anche gli odontoiatri sono stati coinvolti nell’ambito della medicina estetica non invasiva e mini-invasiva. Quali sono, a suo avviso, le competenze specifiche dell’odontoiatra in questo settore?
EM: Anche in questo caso è necessario fare delle distinzioni. Per quanto riguarda l’area anatomica del volto, e in particolare il distretto orale e periorale, l’odontoiatra possiede competenze specifiche che gli consentono di operare legittimamente su determinate tipologie di trattamenti.
Diverso è il discorso quando si entra in ambiti che richiedono competenze diagnostiche dermatologiche, come nel caso delle macchie cutanee. Gestire una discromia del volto significa saper effettuare una diagnosi differenziale tra lesioni pigmentarie benigne e patologie cutanee più complesse, inclusi i tumori della pelle.
A questo punto pongo spesso una domanda volutamente provocatoria dal punto di vista del paziente: mi farei trattare una macchia da un odontoiatra? La risposta può essere sì, ma solo nel caso in cui quell’odontoiatra abbia costruito nel tempo un percorso formativo solido e documentato, con master e approfondimenti specifici che gli conferiscano le competenze necessarie per quel tipo di trattamento.
Ritengo quindi che una possibile sovrapposizione di ambiti possa esistere, ma esclusivamente quando supportata da una formazione adeguata e da una pratica professionale focalizzata. Ancora una volta, il discrimine fondamentale resta la competenza, che nasce dallo studio, dall’esperienza e dalla specializzazione mirata.
AT: Un altro ambito in cui regna molta confusione, soprattutto dal punto di vista dei pazienti, o meglio, in questo caso, degli utenti, riguarda i trattamenti laser. Si tratta di procedure eseguite sia in ambito medico, dai dermatologi, sia nei centri estetici. Può aiutarci a chiarire quali sono le differenze, chi fa cosa e quali sono i riferimenti normativi che regolano l’utilizzo delle diverse tipologie di apparecchiature?
EM: In ambito medico possiamo utilizzare apparecchiature laser specificamente autorizzate, che non sono consentite nei centri estetici. Si tratta di dispositivi con caratteristiche e potenze differenti, e la normativa già prevede questa distinzione proprio a tutela dell’utente.
I centri estetici svolgono senza dubbio un ruolo importante, ma dovrebbero occuparsi esclusivamente di pazienti senza patologie. In presenza di condizioni cliniche, infatti, il rischio aumenta e il trattamento deve necessariamente essere di competenza medica.
Faccio un esempio: un soggetto affetto da vitiligine è esposto a rischi se sottoposto a trattamenti laser e deve essere adeguatamente informato. Per questo sarebbe auspicabile che anche nei centri estetici venisse effettuata una selezione iniziale più strutturata, attraverso schede anamnestiche dedicate, come già avviene in altri ambiti, ad esempio nei centri di crioterapia, dove vengono verificate eventuali cardiopatie o altre patologie che rappresentano controindicazioni al trattamento.
AT: È anche vero che molto spesso il paziente non è consapevole di essere portatore di una patologia. Per questo, orientarsi non è semplice per l’utente, soprattutto in un contesto come quello attuale, caratterizzato da un forte bombardamento mediatico sul tema dell’estetica. A suo avviso, da cosa nasce questa difficoltà?
EM: La società ci sta spingendo sempre più verso l’apparire, con un’attenzione costante e spesso esasperata all’immagine. Allo stesso tempo, però, stanno emergendo due correnti parallele: da un lato quella dell’estetica intesa come semplice apparenza, dall’altro una visione orientata alla longevità e a un invecchiamento più sano.
Sono due percorsi che oggi procedono velocemente, ma che non sempre si incontrano. L’obiettivo ideale sarebbe riuscire a collegarli, riconducendo anche l’estetica all’interno di un concetto più ampio di benessere e salute.
AT: Avviandoci verso la conclusione di questa intervista, c’è un episodio o un aneddoto della sua esperienza professionale che desidera condividere con i nostri lettori?
EM: Direi che le esperienze più significative sono state due. La prima risale al mio ingresso nell’ambito pubblico, quando ho iniziato a lavorare nella ASL: un passaggio fondamentale della mia formazione, che mi ha visto operare sia nel nuovo complesso penitenziario di Civitavecchia sia presso l’Ospedale di Civitavecchia. È stata la mia prima vera esperienza lavorativa strutturata, estremamente formativa dal punto di vista umano e professionale.
La seconda esperienza, altrettanto rilevante, è stata quando durante il mandato del Past President Alessandro Martella mi è stato proposto di candidarmi alle elezioni del Consiglio Direttivo di AIDA. È stato un momento molto importante per me, perché entrare nel direttivo AIDA ha significato mettermi in gioco in un confronto costante con colleghi di tutta Italia.
Da un lato è stata una grande soddisfazione, dall’altro una vera sfida: affrontare quotidianamente problematiche, anche complesse, e contribuire a trovare soluzioni concrete ha rappresentato un punto di svolta nella mia attività professionale, segnando una fase di crescita e cambiamento significativo.
AT: Qual è il contributo che sente di poter offrire ad AIDA e quali sono gli obiettivi dell’Associazione nel futuro prossimo?
EM: L’obiettivo di AIDA è sempre quello di lavorare per l’Associazione e, di conseguenza, per tutti i suoi soci. Il contributo che sento di poter offrire va proprio in questa direzione: supportare gli specialisti dermatologi su scala nazionale, soprattutto nei momenti in cui si trovano ad affrontare dubbi o difficoltà operative.
Le richieste sono spesso molto concrete: dalla gestione di uno studio – ad esempio, come organizzare l’affitto di un ambulatorio o l’introduzione di apparecchiature laser, fino agli aspetti normativi e medico-legali, come la correttezza dei consensi informati per terapia laser o gli aggiornamenti legati alla normativa sulla responsabilità professionale.
Questo significa, prima di tutto, mantenersi costantemente aggiornati e “allenati” dal punto di vista professionale, ma anche mettere queste competenze a disposizione degli altri. In AIDA il confronto non è solo clinico: non ci si limita a discutere la gestione di patologie complesse, ma si lavora come un vero team, in contatto quotidiano, per affrontare insieme l’evoluzione continua dell’attività professionale dello specialista ambulatoriale, come il dermatologo.
AT: A proposito di “allenamento”, la Dott.ssa Elena Mari incarna perfettamente questo concetto: non solo dal punto di vista professionale e mentale, ma anche nello stile di vita. Una testimonianza concreta di come il medico non debba limitarsi a trasmettere concetti, ma anche a rappresentarli con l’esempio, un aspetto tutt’altro che scontato. Prima di salutarci, le chiediamo un’ultima riflessione: come immagina il futuro della sua professione e, più in generale, l’evoluzione della medicina estetica, sia dal punto di vista del professionista sia da quello dei pazienti che oggi si avvicinano a questi percorsi di cura?
EM: Il mio obiettivo personale è quello di lavorare in una prospettiva sempre più orientata alla prevenzione. Ho iniziato il mio percorso in medicina con l’idea di curare, ma oggi sento l’esigenza di ampliare questa visione: accanto alla cura, il mio intento è quello di prevenire.
Significa accompagnare i pazienti verso uno stile di vita sano, attraverso strategie che oggi conosciamo bene e che possono aiutarci a vivere meglio e più a lungo. Le malattie possono ovviamente insorgere e fanno parte della vita, ma sappiamo anche come prevenirle in parte e come gestirle in modo più consapevole. In questo senso, studi come quelli in ambito epigenetico ci permettono di influenzare il decorso di alcune patologie.
Questo è il percorso che vorrei condividere con tutti i miei pazienti, che spesso non si rivolgono a me solo per essere curati, ma anche per ricevere indicazioni e orientamento su come prendersi cura di sé.
Anche in medicina estetica auspico una sempre maggiore sensibilizzazione verso la scelta di professionisti competenti, con un curriculum formativo adeguato. Affidarsi esclusivamente al criterio del costo più basso non è vantaggioso per nessuno: né per il paziente, né per la qualità delle cure.
AT: La Dott.ssa Elena Mari è una donna sportiva, dinamica e sempre in movimento, capace di tradurre nella vita quotidiana i principi di prevenzione, equilibrio e salute che ispirano il suo approccio clinico. Una coerenza rara e preziosa, che rafforza il messaggio più profondo dell’intervista: la medicina, la medicina estetica in particolare, non è soltanto tecnica o trattamento, ma cultura del benessere, responsabilità e consapevolezza. Un percorso che parte dal medico e si riflette sul paziente, costruito su competenza, esempio e visione a lungo termine.
Ringraziamo la Dott.ssa Elena Mari per il tempo che ci ha dedicato e per aver condiviso con i nostri lettori una riflessione chiara, autentica e consapevole su una disciplina in continua evoluzione.
EM: Grazie a voi e un caro saluto a tutti i lettori di Sigma Review.
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