Per oltre trent’anni migliaia di osteopati hanno esercitato in Italia senza essere formalmente riconosciuti come professionisti sanitari. Solo quest’anno si è concluso il lungo percorso normativo che ha finalmente colmato questa anomalia, integrando l’osteopata tra le professioni sanitarie protette.
L’osteopatia ha vissuto uno dei percorsi normativi più complessi del panorama sanitario italiano. La definizione del profilo professionale ha richiesto un accurato lavoro legislativo e scientifico, volto a individuare con precisione gli atti propri dell’osteopata, evitando sovrapposizioni con quelli riservati ad altre professioni sanitarie.
Prima dell’istituzione del Corso di Laurea in Osteopatia, la formazione degli osteopati italiani era affidata quasi esclusivamente a scuole private specializzate. Poiché in Italia non esisteva ancora un percorso universitario abilitante, numerosi istituti avevano sviluppato collaborazioni con università o enti di formazione stranieri, consentendo agli studenti di conseguire titoli accademici riconosciuti nei rispettivi Paesi. Molti percorsi erano realizzati in partnership con università del Regno Unito, dove l’osteopatia è regolamentata da molti anni, oppure con istituti francesi, belgi e spagnoli.
Tra i modelli europei, quello francese rappresenta uno dei più consolidati. La formazione è regolata dal Ministero della Salute francese, che autorizza gli istituti a rilasciare il titolo di “Ostéopathe D.O.”. Il percorso francese ha una durata ordinaria di cinque anni, è accessibile dopo il diploma di scuola secondaria e prevede un numero elevato di ore sia di formazione teorica che pratica.
Chi conseguiva tali titoli, tuttavia, esercitava in Italia una professione priva di un formale riconoscimento. L’attività professionale non trovava, infatti, una precisa collocazione all’interno della normativa sanitaria e mancava una disciplina specifica (a livello regionale) per l’apertura degli studi professionali. In occasione dei controlli effettuati dalle ASL o dai NAS, gli osteopati potevano trovarsi in situazioni di grande incertezza interpretativa, con il rischio di provvedimenti di chiusura dell’attività e applicazione delle relative sanzioni. Non era raro che molti professionisti esercitassero in virtù dell’iscrizione ad altri albi sanitari (ad esempio quello dei fisioterapisti), pur svolgendo prevalentemente attività di natura osteopatica.
Una situazione paradossale che si è protratta per molti anni, generando confusione non solo tra i professionisti e gli organi di controllo, ma anche nei confronti dei cittadini, che difficilmente potevano comprendere il reale inquadramento giuridico della professione.
Con la Legge 11 gennaio 2018, n. 3 (cosiddetta Legge Lorenzin), il
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